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Apr 02

Carciofi romaneschi, ecotipi e tradizioni secolari

È l’ortaggio vanto del Lazio, da secoli legato alla tradizione contadina dell’intero territorio laziale…

Cosa c’è dietro il “Carciofo Romanesco del Lazio I.G.P.”? condizioni pedoclimatiche ottimali caratterizzate da suolo vulcanico e influsso mitigatore del mare, tradizioni secolari radicate nella cultura gastronomica della regione, ma anche standardizzazione del prodotto e la perdita di ecotipi (razze ecologiche) locali, ovvero varietà di una determinata specie che negli anni si sono adattate all’interno di un determinato habitat acquisendo, così, caratteristiche intrinseche e inimitabili. Questi ecotipi, autoriproddotti da semi locali, sono, ormai, quasi scomparsi perché sostituiti da ibridi più produttivi. Il Lazio ne vanta tre: il carciofo di Orte, di Tarquinia, di Sezze, censiti come P.A.T. (Prodotti agroalimentari tradizionali) e pubblicati in G.U. n. 174 del 28 luglio 2005. Il “carciofo di Orte”, di dimensioni più grandi del comune ”romanesco”, ha visto i suoi natali negli anni successivi all’ultimo dopoguerra. Le località dove si è diffusa maggiormente questa coltura sono: S. Masseo, Piscinale, Molignano. Oggi la sua coltivazione è limitata a piccole superfici, difficilmente quantificabili e destinate pressoché all’auto-consumo. Il “carciofo di Tarquinia” (presente anche sul territorio di Montalto di Castro), ha origini storiche antiche poiché nella Maremma viterbese la coltivazione di questo ortaggio ha radici secolari. Produzioni significative si hanno dagli inizi del ‘900 e i primi esperimenti di selezione tra il “romanesco” e quello “di Provenza” (che ha portato all’ottenimento dell’odierna cultivar) risalgono al 1928. Il “carciofo di Sezze”, apprezzato per le sue proprietà organolettiche, deve le sue caratteristiche al luogo di produzione. I carciofeti, infatti, si trovano riparati a nord-est dai Monti Lepini e riscaldati a sud-ovest dalle brezze tirreniche. Ma negli ultimi anni, la superficie coltivabile destinata a questo ortaggio, è fortemente calata, si è passato dai circa 1000 ettari di 40 anni fa ai 200 del 2007, ciò è imputabile a più fattori: la quasi totale scomparsa di produttori “storici”, la scelta di optare verso colture più redditizie e la concorrenza sleale dei carciofi tipo romanesco provenienti dal Nord Africa, più precoci ed economici, che vengono spacciati come prodotti nostrani.

Andrea Russo

Carciofi romaneschi, ecotipi e tradizioni secolariultima modifica: 2009-04-02T10:12:00+00:00da gastronomo-a
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